La luce in fondo al tunnel

Il titolo dell’ultimo mio articolo sembrava quasi premonitore: Montagne russe. Tranquilli, non possiedo doti paranormali; l’aggettivo “russe” era ovviamente riferito all’attrazione presente in quasi tutti i “luna park” ed al suo confronto con la volatilità presente all’epoca nei mercati, non di certo mi sarei aspettato le attività “russe” che hanno scatenato un finimondo a tutti i livelli: sociopolitico, geopolitico, umanitario ed economico.

Due mesi fa la volatilità era figlia principalmente dell’aumento dell’inflazione a sua volta conseguenza di movimenti di riequilibrio dei mercati a seguito del ciclo pandemico.

Un mese fa l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia.

In questa sede, ovviamente, parlo solo dei riflessi economici di questa guerra sui mercati mondiali che si sono trovati a vivere un altro elemento esogeno (non parliamo infatti di crisi finanziaria ed economica strutturale) in un momento già particolare come ho detto più sopra.

L’incertezza caratterizzante il clima bellico si è sommata alla volatilità presente per l’adattamento delle impresse ad un nuovo mood. Dalla pandemia le imprese hanno capito che l’efficienza della produzione just in time, che aveva portato ottimi margini e quindi crescite significative grazie al reinvestimento di utili poderosi, deve lasciare spazio a livelli di scorte importanti (o almeno “di emergenza”) e a parti di produzione di semilavorati self made così da avere un cuscinetto, un ammortizzatore, nel caso di scarsità di materie prime. Il cambio di paradigma, come detto, diminuirà l’efficienza, aumenterà i costi di produzione e tutto ciò si tradurrà in un aumento dei prezzi che si consoliderà (alimentando il processo inflattivo) ma che eviterà ondate importanti di inflazione come quella che stiamo vivendo ora. Tutto ciò in un’ottica quanto meno di medio periodo; l’assimilazione di questa nuova modalità produttiva avrà i suoi tempi, non si parla di un’azione on/off.

Questa guerra ha complicato ancor più la situazione economica. Non solo per le ripercussioni immediate ma anche per la necessità di reinterpretare linee strategiche che solo un mese fa erano state definite.

Un esempio su tutti è rappresentato dalla transizione energetica.

Ci si è resi conto che, parallelamente al reindirizzare l’economia all’utilizzo sempre maggiore di fonti rinnovabili, green ed a basso impatto sull’ambiente, è necessario modificare le fonti di approvvigionamento energetiche tradizionali il cui utilizzo continuerà ancora per molto tempo prima di essere nella possibilità di abbandonarle totalmente.

Tutto ciò è stato causa dell’alta volatilità presente da inizio anno che ha toccato tutte le asset class (obbligazionarie ed azionarie). Se ce ne fosse stato bisogno una ulteriore conferma che la vecchia equazione “obbligazionario/poco rischio” – azionario/molto rischio” non è più così rigidamente realistica.

C’è una ulteriore novità con la quale gli investitori devono fare i conti: con l’inflazione a questi livelli (dal 6 al 10% a secondo del paese occidentale che prendiamo in considerazione) mantenere i soldi in conto equivale ad una perdita certa. Tanto per fare un esempio 100.000 euro lasciati nel conto corrente per 10 anni con un’inflazione media del 6% li trasformano in 55.000 euro con una perdita, certa, calcolata, del 45%. Che sia il caso di lasciar perdere i “materassi” ed iniziare ad investire?

Ancora una volta la situazione generale mi porta a sostenere la necessità di orientarsi verso il mondo azionario specie se gli obiettivi non sono di breve periodo . Per annullare il peso dell’inflazione e smarcarsi dalle politiche monetarie di rialzo dei tassi delle banche centrali il mondo obbligazionario non è l’ideale e, come abbiamo visto, non è esente dalle flessioni di mercato mentre esistono moltissime aziende che continueranno a crescere e a dare soddisfazioni in termini di performance; certo il mercato è più difficile da interpretare ma per questo c’è il vostro consulente di fiducia.

Un caro saluto,

Luigi Toson

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